Oggi, febbraio 2026, i colloqui di pace sembrano più concreti che mai: ci sono mediatori, ci sono canali aperti, ci sono mappe sul tavolo con linee che potrebbero diventare confini provvisori o permanenti. Washington continua a spingere per un accordo che liberi l’amministrazione Trump da un dossier scomodo. Mosca accetta di parlare sapendo che il tempo, sul piano militare ed economico, non lavora contro di lei quanto si sperava. Kiev tratta in una posizione di debolezza che non merita, ma che è quella che ha.

Quello che mi chiedo, in questo terzo anniversario, è che tipo di pace emergerà da questi tavoli. Una pace giusta — con garanzie reali per l’Ucraina, con responsabilità per chi ha scatenato il conflitto — o semplicemente un cessate il fuoco che congela la situazione e lascia aperte tutte le ferite? La storia dei conflitti del Novecento ci ha insegnato che la qualità della pace conta almeno quanto la sua velocità. Temo che questa lezione sia ancora una volta a rischio di essere ignorata.