Mentre l’attenzione globale era rivolta all’Europa, le tensioni nel Pacifico si sono intensificate in silenzio. È il dossier che mi spaventa di più, e che capisco di meno.
Quello che mi colpisce, e che trovo difficile da elaborare serenamente, è la sensazione che questa crisi stia seguendo una logica di escalation graduale che nessuno dei protagonisti sembra voler spezzare deliberatamente, ma che nessuno sembra nemmeno capace di arrestare. La Cina non vuole la guerra — almeno non ora, non in queste condizioni — ma non può permettersi di sembrare debole di fronte alla propria opinione pubblica e al proprio establishment militare. Gli Stati Uniti non vogliono la guerra, ma non possono abbandonare Taiwan senza distruggere la credibilità delle proprie alleanze in tutta l’Asia. E Taiwan esiste, produce il 90% dei semiconduttori avanzati del mondo, e ha una popolazione di 23 milioni di persone che meriterebbe di decidere del proprio futuro senza essere una pedina in una partita tra superpotenze.
Non ho una soluzione. Non credo che esistano soluzioni facili. Ma mi preoccupa profondamente che questo dossier venga trattato dai media e dall’opinione pubblica europea come qualcosa di lontano e gestibile. Non lo è. Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze economiche, politiche e militari di portata globale che nessuno — davvero nessuno — è in grado di prevedere o controllare pienamente. È il tipo di situazione che mi tiene sveglio la notte.





