Non parlo solo degli Stati Uniti, dove la pressione sulle istituzioni indipendenti — magistratura, stampa, agenzie federali — è diventata un tratto strutturale della politica. Parlo di una tendenza più diffusa: in Ungheria e in Polonia le conquiste dello stato di diritto degli ultimi anni restano fragili; in Francia la polarizzazione politica ha reso quasi impossibile governare con maggioranze stabili; in Italia il dibattito sulla riforma costituzionale continua ad alimentare tensioni tra le forze politiche. Non si tratta di crisi improvvise — è un logoramento graduale, quasi impercettibile giorno per giorno, ma evidente quando si guarda all’arco di un decennio.

Quello che mi preoccupa non è tanto un singolo paese o un singolo governo. È la sensazione che la sfiducia nelle istituzioni stia diventando una condizione strutturale, alimentata da disuguaglianze reali, da promesse non mantenute, da una distanza crescente tra chi decide e chi subisce le conseguenze delle decisioni. Le democrazie sono sistemi robusti — lo hanno dimostrato nel secolo scorso. Ma la robustezza non è infinita, e va curata. Mi chiedo se lo stiamo facendo con la serietà che la situazione richiede.