Il rinnovo dei grandi contratti collettivi del 2026 si annuncia difficile. I salari reali non hanno recuperato l’inflazione degli anni scorsi. La tensione sociale cresce, piano piano.
Le imprese si trovano in una posizione difficile: i margini si sono compressi, la domanda interna non è robusta, l’incertezza sui dazi internazionali pesa sulle aspettative di investimento. Non è che le richieste dei lavoratori siano ingiuste — anzi, i dati mostrano chiaramente che i salari reali italiani sono tra i pochi in Europa ad essere rimasti sostanzialmente fermi negli ultimi vent’anni. Il problema è che la torta da distribuire non cresce abbastanza, e questo rende ogni trattativa una somma zero in cui qualcuno perde.
Quello che mi colpisce, osservando questa situazione, è quanto sia silenziosa la tensione sociale in Italia. Non c’è l’esplosione francese, non ci sono le grandi mobilitazioni che hanno attraversato altri Paesi europei negli ultimi anni. C’è qualcosa di più sotterraneo: una stanchezza diffusa, una rassegnazione che mi preoccupa quasi più della protesta aperta. Le persone che smettono di credere che le cose possano cambiare sono quelle più difficili da raggiungere, e quelle più vulnerabili alle semplificazioni di chi promette soluzioni facili a problemi complessi.





